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MARK TWAIN, RE DI COPYLANDIA.

Un giorno al giornalista Roberto Gervaso capitò di leggere su un quotidiano la notizia della sua morte. “La trovo una notizia prematura”, dichiarò in tivù.

Parecchi anni prima lo stesso incidente era successo a Mark Twain. In una nota autografa consegnata alla stampa, lo scrittore definì la notizia “esagerata”.

Esagerata: cioè con un fondamento di verità e un sovrappiù di enfasi, di accrescimento dimensionale o emotivo. Come dire che una conclusione tanto fatalmente scontata non ha bisogno di verificarsi per diventare vera. Come dire che si comincia a morire pian piano e poco per volta, ma implacabilmente, molto prima di essere definitivamente morti. Come dire che la morte – così come del resto la vita – non è un fatto, ma un processo. Come dire che l’immanenza della morte è talmente pregnante nella condizione umana da non permetterci di scinderla dalla vita.

Con una sola parola, un solo aggettivo – per di più intrinsecamente destinato a veicolare un tono di voce misurato e laconico – Twain ci dice, insomma, che la falsa notizia della sua morte è in realtà sostanzialmente vera.

Mentre Gervaso, con la sua risposta spiritosa, non fa altro che rendere ridondante una comunicazione sostanzialmente già implicita nel fatto stesso di relazionarsi ad un intervistatore: mentre vi mostro che sono vivo, vi dico che non sono morto.