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JUST DO IT (LATER).

Il titolo di questo post campeggia sul petto di una ormai lisa t-shirt che ho acquistato in Sardegna giusto all’inizio del Terzo Millennio, posizionato al di sopra del celebre swoosh della Nike trasformato per l’occasione in un’amaca sulla quale è adagiata la sagoma di un omino pigrino pigrò.

Quella riprodotta nel visual invece è una comunicazione inviata nel 1984 da Phil Knight – allora C.E.O. della Nike – alle agenzie in gara per il budget della sua azienda in vista delle Olimpiadi di Los Angeles. Vi consiglio di ingrandirla e leggerla comodamente cliccando qui, ma solo dopo aver chiuso la porta per non far vedere a nessuno che faccia avete quando crepate di invidia.

Dalla gara in questione uscì vincitrice la Chiat/Day di San Francisco; alla quale però non spetta il plauso per l’invenzione del motto “Just do it”, che venne come è noto coniato quattro anni più tardi da Dan Wieden per l’agenzia subentrante, la Weiden+Kennedy di Portland. Lo stesso Dan Weiden ha dichiarato più volte di essersi ispirato per quella fortunata verbalizzazione alle ultime parole pronunciate dal pluriomicida Gary Gilmore prima della esecuzione della sua condanna a morte (“Let’s do it”); e qualcun altro non ha mancato di individuare come ulteriore possibile suggestione il titolo dell’irriverente vangelo militante dello Youth International Party pubblicato nel 1970 da Jerry Rubin (“Do it!”).

Se è vero che non c’è due senza tre, allora mi azzardo a suggerire una terza influenza sul tellurico copywriting del grande Dan Weiden: il contenuto e lo stile di scrittura di questo testo firmato dal più importante dei suoi clienti dell’epoca.

Come dite? Cos’è quella frase cerchiata in rosso?

Ah, quella. Quella è l’unica frase che avevo già letto in decine di brief e meeting report italiani: era sempre scritta bella grande, anche se solo fra le righe.