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Chivas_To Dad ridimens

HIC (ET NUNC)

La prima volta che ho letto il testo di questo annuncio – ventisette anni fa – ho pianto. In alcuni passaggi avevo riconosciuto mio padre e soprattutto le molte cose che non avevo mai trovato modo di dirgli. In altri, i padri di alcuni (pochi) amici di gioventù particolarmente fortunati. In altri ancora, il padre che avrei voluto diventare se e quando avessi avuto un figlio. Da consumatore di blended whisky non avevo mai apprezzato il Chivas Regal. Eppure dopo la lettura dell’annuncio nei miei neuroni di bevitore si era scatenata una reazione molto strana: quella marca – fino ad allora mummificata negli inerti quadretti di lifestyle aspirazionali messi in scena dalla sua pubblicità – si era ammantata nella mia mente di un’aura che reclamava da me una forma di rispetto dovuta alla sua ammirevole capacità di coinvolgermi in una riflessione significativa e rilevante ai mei occhi, e allo stesso tempo significativa e rilevante per la stessa marca. In una manciata di secondi questo annuncio aveva costruito un ponte fra me e un altrove distante da me anni luce. Il che non era stato sufficiente a trasformarmi in un bevitore di Chivas Regal; ma era bastato a farmi smettere di rifiutarlo cortesemente ogni volta che mi veniva offerto, quasi sempre da persone diverse da me e di gusti assai meno esigenti dei miei in fatto di superalcolici. Sto parlando di un vero e proprio miracolo: lo scatto repentino da uno stato di pregiudizio negativo attivo a uno stato di pregiudizio negativo sospeso, che costituisce il presupposto indispensabile (anche se non sufficiente) di ogni successiva apertura di disponibilità.

Anche l’ultima volta che ho letto questo annuncio – ieri – mi sono spuntati i lucciconi. E non solo perché il suo (grande, grandissimo) autore, David Abbott, era appena morto; ma anche perché l’impatto emotivo che l’annuncio ha avuto su di me è stato identico a quello della prima volta. È precisamente a rendere possibili miracoli come questo che serve la pubblicità, e non ad altro. Per il resto ci sono in giro mille e uno strumenti che non lavorano sulla straordinaria potenza del linguaggio, sulla sensibilità delle persone o sulla profondità delle emozioni. Sono strumenti molto sofisticati e spesso anche piuttosto accessibili, che si prestano bene ad essere tradotti in ordinate tabelline di matching e magari addirittura ad essere pilotati in remoto. Ma a miracoli stanno a zero.